Riflessione di venerdì 15 giugno 2018

Riflessione di venerdì 15 giugno 2018

XI Domenica del Tempo Ordinario

Le letture di questa domenica ruotano attorno a un tema preciso: l’umiltà degli inizi contrasta con la magnificenza della maturità, mentre la crescita resta sempre e comunque un mistero in mano al Signore. Si può infatti notare bene un contrasto notevole tra gli inizi quasi insignificanti del seme appena gettato e la sua configurazione nuova e matura, cioè la spiga (Mc 4,26-29). L’identico contrasto si trova anche tra il piccolissimo seme di senape e il grosso arbusto che ne deriva (Mc 4,30-34). Il contrasto esiste anche tra il ramoscello appena piantato e il suo sviluppo ultimo e sorprendente: il magnifico cedro che, come la senape, serve da rifugio a tutti gli uccelli (Ez 17,22-23), che ascolteremo nella Prima Lettura.
La dinamica “umiltà degli inizi – magnificenza della maturità” è propria anche del Regno. L’evangelista Luca in un passo del suo Vangelo racconta che ai farisei che lo interrogano sul Regno, Gesù risponde: “Il regno di Dio non viene in modo da attirare l’attenzione, e nessuno dirà: ‘Eccolo qui’, oppure: ‘Eccolo là’. Perché, ecco, il regno di Dio è in mezzo a voi!” (Lc 17,20-21). Il Regno di Dio infatti è già venuto nella persona di Gesù. Se, però, il Regno di Dio è già in mezzo a noi, perché Gesù nella preghiera del Padre nostro ci insegna a chiedere: “Venga il tuo Regno”? Il Regno di Dio non è altro che la “Signoria di Dio”. Tale Signoria è stata totale nella persona di Gesù. Il discepolo che “segue” Gesù (ovvero tutto il popolo di Dio, quindi anche noi) cerca progressivamente di modellarsi sul Maestro, tanto che ogni cristiano, se ha preso sul serio la propria chiamata, può dire come san Paolo: “Non vivo più io, ma Cristo che vive in me” (Gal 2,20). Questo cammino di sequela viene completato dal Padre con la risurrezione dei discepoli. Il Regno, dunque, c’è già, ma per ogni credente si completerà con la sua risurrezione.
Gesù dice che, lungo la storia, il Regno patisce violenza (Mt 11,12) perché il male pone ostacoli alla Parola e al suo diffondersi. La Parola, infatti, e la grazia sono le realtà che incarnano il Regno nell’uomo. Accogliere la Parola equivale ad accogliere il Regno. Maturare come persone e come credenti significa permettere che la Parola lavori dentro al nostro mondo interiore.
Quanto appena detto evidenzia un dato: il Regno incomincia la sua marcia nella storia in modo discreto, sottovoce e in punta di piedi, come un seme che germoglia e cresce. E’ piccolo ma diventa progressivamente grande. Come? L’uomo “stesso non lo sa”. Ciò è dovuto al fatto che la Parola di Dio opera nell’uomo che la accoglie in modo sommesso e costante. Certamente non appariscente.
Il Vangelo di domenica è tratto dal capitolo 4 di Marco che costituisce il lungo insegnamento delle parabole.Il bravo evangelico che ascolteremo domenica (Mc 4,26-34), nella sua versione liturgica, è stato arricchito da un incipit (“In quel tempo, Gesù diceva alla folla”) che indica il mittente (Gesù) ed evidenzia il destinatario: la folla. Il testo si articola in tre momenti: due paragoni, chiamati “parabole”, e una riflessione dell’Evangelista. I due paragoni sono il seme che cresce da solo (Mc 4,26-29) e il seme di senape (Mc 4,30-32). La riflessione (Mc 4,33-34) illustra il metodo di Gesù nell’insegnamento tramite “parabole”.
Il paragone del seme che cresce da solo (Mc 4,26-29) va compreso alla luce della parabola del buon seminatore: quel grano seminato è la Parola. Dalla Parola ascoltata nasce la fede (Rm 10,17) e dalla fede e dalla Parola scaturisce l’imitazione del Maestro. Da questa imitazione del Maestro cresce il Regno e così si avvia al suo compimento.
Il paragone del seme di senape (Mc 4,30-32) illustra l’opera misteriosa di Dio. Egli si serve sempre di ciò che è piccolo per iniziare la sua opera di salvezza: prima sceglie un pastore (Abramo), poi un piccolo popolo (Israele), poi l’ultimo dei fratelli (Davide), infine una giovane donna (Maria). Questo è lo stile di Dio e Gesù continua tale stile. Sceglie dodici persone “qualunque” e fonda la Chiesa. Poi sceglie la Parola per salvare il mondo. Si tratta di una logica operativa vincente. Dimenticarlo significa non capire il cristianesimo e nemmeno il Regno.
Nell’annotazione finale, l’Evangelista riflette sulla pedagogia di Gesù; che evita le riflessioni teoretiche e vuole imprimere nei suoi ascoltatori i concetti impegnativi attraverso le immagini, più facili da capire e memorizzare.

Lettura di domenica 17 giugno 2018

XI Domenica del Tempo Ordinario

 Vangelo : Mc 4, 26-34

Dal vangelo secondo Marco

In quel tempo, Gesù diceva [alla folla]: «Così è il regno di Dio: come un uomo che getta il seme sul terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa. Il terreno produce spontaneamente prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga; e quando il frutto è maturo, subito egli manda la falce, perché è arrivata la mietitura».
Diceva: «A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo? È come un granello di senape che, quando viene seminato sul terreno, è il più piccolo di tutti i semi che sono sul terreno; ma, quando viene seminato, cresce e diventa più grande di tutte le piante dell’orto e fa rami così grandi che gli uccelli del cielo possono fare il nido alla sua ombra».
Con molte parabole dello stesso genere annunciava loro la Parola, come potevano intendere. Senza parabole non parlava loro ma, in privato, ai suoi discepoli spiegava ogni cosa.