Riflessione di venerdì 27 aprile 2018

Riflessione di venerdì 27 aprile 2018

V Domenica di Pasqua

I profeti ritornano spesso sul simbolo della vite e della vigna per esprimere la relazione tra Dio e il suo popolo. Israele è come un germoglio di vite che Dio sceglie e pianta in un campo ben protetto, lo cura amorevolmente, fa di tutto perché questa vite possa produrre un frutto abbondante. Ma purtroppo, immancabilmente, la bellezza di questa immagine è come turbata dalla desolazione che questo albero porta in sé e attorno a sé; nonostante tutto, questa vite così teneramente curata resta sterile, infeconda, incapace di corrispondere alle attese di colui che l’ha coltivata. Finché Dio, nella sua vigna, che non solo porterà un frutto quando sarà il tempo del raccolto, ma il suo frutto rimarrà sempre, da quel frutto ogni uomo potrà trarre il vino nuovo della gioia, da quel frutto sgorgherà la vita. “Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore” (Gv 15,1) sentiremo nel Vangelo: è Gesù quella vite che può rispondere in pienezza alle attese di Dio, è lui l’albero che affonda le radici nel terreno, che trasmette la linfa, che cresce e si irrobustisce, che permette ai grappoli d’uva di maturare ed essere raccolti. Ma Gesù aggiunge subito: “Voi siete i tralci” (Gv 15,5). Noi quindi facciamo parte di quest’albero, facciamo parte di questo dono che Dio fa all’umanità, anzi siamo un tutt’uno con esso. La vite porta il frutto, ma questo frutto siamo noi a donarlo al mondo. Ed è proprio su questo che Gesù vuole farci riflettere per comprendere che noi, come discepoli, siamo profondamente coinvolti con lui, apparteniamo a questa unica vite, siamo addirittura i portatori del frutto della vite. Ma tutto ciò è possibile ad alcune condizioni.

La prima condizione è rimanere in lui. Sette volte ritorna questo verbo nel nostro brano. Cosa vuol dire rimanere in lui? Se un tralcio non rimane attaccato al tronco della pianta, non solo non porta frutto ma la vita che ha in sé muore: si secca. Essere parte della pianta è dunque la condizione per vivere, per donare la vita. Per il discepolo questo significa riconoscere la verità della propria esistenza: non abbiamo la vera vita in noi, ma la riceviamo continuamente come dono da Gesù, come la linfa che scorre tra le pieghe più nascoste del nostro essere e ci rende fecondi. Senza questa forza, quella forza che poi ci viene comunicata nel dono dello Spirito, senza di essa non possiamo fare nulla. Da soli possiamo fare tante cose, piccoli e grandi, ma senza la vita che Gesù ci dona sono nulla, cioè sterili, incapaci di fecondarci e di fecondare. Ecco perché Gesù aggiunge: “Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto perché senza di me non potete fare nulla” (Gv 15,5). Rimanere in Cristo vuol dire entrare in una relazione, fermarsi in un luogo di comunione e di vita e lì porre la dimora del proprio cuore, la tenda della propria vita, le radici profonde che danno stabilità a tutta la nostra esistenza e la orientano secondo la sua parola, secondo il comandamento del suo amore: “Chi osserva i suoi comandamenti – sentiremo nella Seconda Lettura – rimane in Dio e Dio in lui” (1Gv 3,24).

Ma c’è una seconda condizione necessaria per portare frutto. Essere potati. Che cosa è questa potatura? Come condizione perché il frutto maturi buono e sano, la potatura è un taglio per lasciare crescere la vita. Dunque è un taglio per la vita. Perché certamente c’è anche un taglio per la morte: quello del tralcio che non porta frutto e secca. Così è avvenuto a Paolo. La sua vita, dopo l’incontro con Cristo, era totalmente cambiata. Sentiremo nella Prima Lettura che a Gerusalemme, Barnaba racconta ai discepoli ciò che è avvenuto a Saulo, “come, durante il viaggio, aveva visto il Signore che gli aveva parlato e come in Damasco aveva predicato con coraggio nel nome di Gesù” (At 9,27). Saulo è simile a quel tralcio potato e purificato, che viene innestato nella vite che è Cristo e da questo albero di vita trae la linfa per portare “molto frutto”. Anche a noi, come è avvenuto per Saulo, è chiesta la docilità e la grazia di accettare e di comprendere, anche se non subito e non sempre del tutto, la bontà e la fecondità di questa potatura: “Ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto” (Gv 15,2).

Lettura di domenica 29 aprile 2018

V Domenica di Pasqua

 Vangelo : Gv 15, 1-8

Dal vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato.
Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano. 
Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli».