Riflessione di venerdì 6 aprile 2018

Riflessione di venerdì 6 aprile 2018

II Domenica di Pasqua

L’inizio della liturgia della Parola di domenica, con cui si conclude l’Ottava di Pasqua ovvero l’intera settimana dedicata al grande evento della Risurrezione di Gesù Cristo, ci aiuta a fare memoria di ciò che sta alla radice della nostra esperienza di comunità pasquale. Non solo siamo riuniti attorno al Crocifisso risorto, ma siamo da lui convocati: “La moltitudine di coloro che erano diventati credenti avevano un cuore solo e un’anima sola” (At 4,32). Certo, questo si riferisce al legame di comunione e di carità che permette ai credenti di essere, veramente e fino in fondo, fratelli e sorelle nella fede e in umanità, tanto da essere riconosciuti da tutti non come un modello da seguire ma piuttosto, come la possibile speranza di poter sempre e comunque ritrovare la gioia della comunione. Se è vero che “fra loro tutto era comune” questo non si riferisce di certo solo ai beni materiali né esclusivamente ai beni spirituali, ma a tutto ciò che segna e caratterizza la vita nei suoi punti più forti come nei punti deboli.

Luca ci mette di fronte a un quadro ideale della vita della prima comunità senza cedere a false idealità. Non bisogna infatti dimenticare che l’intero libro degli Atti degli Apostoli è costellato dalla memoria di momenti difficili e talora persino duri.

Ciò che il mistero pasquale vuole comunicare, a ciascuno dei credenti come pure alla Chiesa, è una coscienza profondissima di ciò che “vince il mondo” (1Gv 5,4). Si tratta del mondo che ci portiamo dentro e che pure siamo chiamati ad assumere in tutte le sue contraddizioni attraverso una “fede” che non è cieca, ma, al contrario, ci permette di abitare il mondo – interiore ed sterno – a occhi aperti.

Per l’apostolo Giovanni, del quale verrà letta la Seconda Lettura, credere e amare sono la stessa cosa, eppure non sono semplicemente la stessa cosa perché solo chi “crede che Gesù è il Cristo” (1Gv 5,1) diventa sempre più capace di “amare i figli di Dio” (1Gv 5,2). Questo è il dono pasquale per eccellenza che ci viene dalla morte del Signore Gesù che non ha nessuna paura di mostrare ai discepoli “le mani e il fianco” (Gv 20,20). La “pace” (Gv 20,19) che viene dal Risorto non ha nulla a che vedere con l’oblio, ma è frutto di una passione interiore che non nega nulla del proprio fallimento e che pure lo vince.

Allora non possiamo che dire, dal profondo del cuore, un grande grazie a Tommaso che è il “gemello” di ciascuno di noi quando cerchiamo di essere persone autentiche e credenti nella verità del cuore. I suoi amici gli dicono con entusiasmo: “Abbiamo visto il Signore!” (Gv 20,25). Tommaso non nega che questo sia vero per loro, ma desidera che ciò divenga profondamente vero anche per se stesso in un modo unico e personale. Certo La Chiesa ci trasmette la fede, ma solo nel nostro cuore possiamo patire al punto di sentire fino in fondo il fuoco trasformante di una consapevolezza di relazione che sia capace di cambiare la vita. Dobbiamo dire grazie all’apostolo Tommaso perché ha costretto il Signore a tornare ancora una volta “Otto giorni dopo” (Gv 20,26).

Il fatto che Tommaso sia riuscito a far ritornare ancora il Signore risorto per poterlo incontrare personalmente ci dà la speranza che questo possa avvenire anche per noi… sì, per ciascuno di noi chiamato a dire non solo in modo vero, ma in modo intimo… di tutto cuore: “Mio Signore e mio Dio” (Gv 20,28).

L’esperienza di Tommaso è lo specchio del nostro cammino: siamo chiamati ad abitare con noi stessi e a dimorare nella comunione senza inutili fughe, per non rimanere alla superficie delle questioni più brucianti che ci portiamo dentro. Siamo chiamati a mettere il dito nella piaga e delle altrui ferite per ricominciare a credere gli uni negli altri. La pedagogia del Risorto ci aiuta a vivere la fede più come una grazia che come una conquista, come un dono da custodire più che una certezza da esibire.

La parola dell’apostolo Giovanni dà un nome al Risorto che, con gioia, accogliamo in mezzo a noi raccolti, ancora una volta, attorno alla mensa della Parola e del Pane. Questo nome è “vittoria” (1Gv 5,4) ed è indissolubilmente legato alla “nostra fede” nella “risurrezione del Signore Gesù” (At 4,33).

Nella Chiesa dei tempi antichi e nelle giovani Chiese dei giorni nostri, in questa domenica dell’Ottava di Pasqua, i neofiti deponevano le vesti bianche con cui erano stati rivestiti durante il battesimo ricevuto nella notte di Pasqua. Interiormente ciascuno di noi è chiamato a riappropriarsi di questo gesto: deporre la veste bianca dopo essersene rivestiti interiormente ed efficacemente. In tal modo ciascuno “vince” nel proprio cuore ogni tenebra e ogni passione disordinata per la vittoria pasquale di Cristo di cui siamo stati resi partecipi attraverso il battesimo.

Ogni anno si fa compagno di questo gesto dei neofiti la figura dell’apostolo Tommaso che ci riporta alla consapevolezza che la vittoria di Cristo non si può attuare nella nostra vita senza che noi lo lasciamo vincere su ogni nostra resistenza e autoreferenzialità. Il Signore Gesù vince non confondendo ma guarendo. Il dito che Tommaso mette nel costato di Cristo risorto – alla fine – non è più una verifica, ma è un’opportunità. Tutto ciò avviene per noi, perché il Signore possa passare il suo dito – invisibilmente ma efficacemente – sulle piaghe del nostro cuore per trasformarle in pieghe in cui si nasconde il profumo di un segreto inviolabile: “Chi ama colui che ha generato, ama anche chi da lui è stato generato” (1Gv 5,1).

Come per la legge ebraica è necessario che passino “otto giorni” per la purificazione del bambino neonato, così pure per il gruppo degli apostoli si rende necessario un tempo adeguato perché tutti – e quindi tutto – si apra alla vittoria pasquale di Cristo Signore su ogni forma di incredulità e su ogni mancanza di fede.

Lettura di domenica 8 aprile 2018

II Domenica di Pasqua

 Vangelo : Gv 20, 19-31

Dal vangelo secondo Giovanni

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. 
Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».
Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».
Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».
Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome. 

Aiutaci a credere, Signore, e a farlo insieme ai nostri fratelli e sorelle. Tu ti manifesti in una comunità radunata nel tuo nome e nel vincolo fraterno di una comunione senza esclusioni. Fa’ che anziché pretendere di verificare l’autenticità delle tue piaghe, sappiamo prenderci cura delle piaghe degli altri, affinché tra di noi nessuno sia nel bisogno.