Riflessione di venerdì 2 marzo 2018

Riflessione di venerdì 2 marzo 2018

III Domenica di Quaresima

La prima parte del testo del Vangelo di Giovanni che ascolteremo domenica, è dominata dall’azione.
Gesù compie un gesto dimostrativo che viene narrato con ricchezza ed evidenza di dettagli.
Che cosa si proponeva impugnando le cordicelle contro i venditori che si trovavano nel recinto del tempio e rovesciando i banchi dei cambiavalute?
Sarebbe facile definirlo un contestatore dal temperamento istintivo e passionale.
Certo il suo era un gesto inatteso e sconcertante, che dovette impressionare fortemente i presenti.
Probabilmente le autorità religiose da quel momento iniziarono a preoccuparsi di questo strano personaggio che aveva il coraggio di mettere in discussione l’apparato religioso organizzato attorno al tempio.
Gesù infatti non voleva tanto orientare la sua irritazione contro i mercanti del tempio come fossero odiosi trafficanti, quanto denunciare il fatto che le pratiche rituali fossero diventate fonte di profitti illeciti e che l’esteriorità dei gesti avesse preso il sopravvento sulla sincerità del cuore.
“Si avvicinava la Pasqua dei Giudei”, fa osservare Giovanni all’inizio del racconto.
Era consuetudine che alla vigilia della pasqua ogni casa venisse ripulita (ancora oggi si parla di pulizie pasquali) di tutto ciò che veniva chiamato lievito vecchio, cioè di tutte le tracce di impurità.
Gesù, che intende inaugurare una nuova pasqua, compie anzitutto un gesto di purificazione della casa del Signore: non era più tollerabile che essa dovesse essere profanata da persone che si servivano della pratica religiosa per i loro interessi concreti e immediati.
Ma il rapporto di Gesù con il tempio si arricchisce, nella seconda parte del testo di Giovanni, di una prospettiva radicalmente nuova e perciò ancora più sorprendente.
Gesù, pur amando il tempio tanto da invocarne la purificazione, doveva soffrire vedendo che Dio vi era tenuto come in ostaggio, separato dal mondo degli uomini da una barriera fatta di pietre, di riti e di gerarchie religiose.
Bisognava perciò liberare Dio dalla prigionia del tempio e restituirgli la libertà di realizzare il suo desiderio più grande, quello di porre la sua dimora nel cuore dell’uomo.
E’ infatti nel cuore dell’uomo che si attua pienamente quella prossimità di Dio che Gesù, anche nel colloquio con la samaritana, è venuto a rivelare.
Ai giudei che lo interpellano sul suo strano e sconcertante comportamento nel tempio Gesù risponde: “Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere”.
Si tratta di un linguaggio oscuro, tanto da creare un inevitabile malinteso: i giudei pensano al tempio di pietra, Gesù invece allude al tempio nuovo, quello del suo corpo risorto. Queste parole segnano la fine di un certo modo di imprigionare Dio.
Oramai il luogo della presenza di Dio non sarebbe più il tempio ma il Risorto.
E’ Gesù il vero tempio di quel Dio di cui i giudei celebravano la presenza sul colle di Sion, in Gerusalemme.
Questa grande novità si riflette stupendamente su tutta la nostra esistenza se appena si arriva a capire che pure noi siamo tempio di Dio, essendo uniti a Cristo come membra del suo corpo.
Si tratta di una verità meravigliosa che però deve essere onorata a partire da una domanda: in quale stato si trova la nostra cella interiore, là dove Dio vuole dimorare?
Potrebbe essere un tempio profanato da interessi di ordine mercantile, come se valesse, anche nei rapporti con Dio, la legge del dare per avere.
In realtà Dio non si lascia mai comprare.
Ciò che conta, nei rapporti con Dio, è il principio della pura gratuità.
Un’altra forma di profanazione del tempio interiore può essere data dalla pretesa di avere Dio solo per noi, dimenticando che è Padre di tutti.
In questo caso c’è un solo modo di purificare il tempio del nostro cuore: è quello di riconoscere la dignità di ogni uomo e di onorarla concretamente, con grande libertà e generosità.
Profanare l’uomo, soprattutto se debole e indifeso, è il peggior sacrilegio che si possa commettere.
Dio si rivela invece nella vita di tante donne e uomini che sanno parlare il linguaggio della fraternità e della condivisione.
Dio è nell’uomo, ci dice Gesù.
Perciò se vogliamo amare Dio non possiamo chiuderci nel recinto delle nostre private devozioni, ma dobbiamo fare della nostra vita uno spazio eucaristico dove l’altro viene accolto alla tavola dell’amicizia per celebrare insieme la grande umanità del nostro Dio.

Lettura di domenica 4 marzo 2018

III Domenica di Quaresima

 Vangelo : Gv 2, 13-25

Dal vangelo secondo Giovanni

Si avvicinava la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, là seduti, i cambiamonete. Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori del tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: «Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!». I suoi discepoli si ricordarono che sta scritto: «Lo zelo per la tua casa mi divorerà». 
Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: «Quale segno ci mostri per fare queste cose?». Rispose loro Gesù: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere». Gli dissero allora i Giudei: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?». Ma egli parlava del tempio del suo corpo. 
Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù.
Mentre era a Gerusalemme per la Pasqua, durante la festa, molti, vedendo i segni che egli compiva, credettero nel suo nome. Ma lui, Gesù, non si fidava di loro, perché conosceva tutti e non aveva bisogno che alcuno desse testimonianza sull’uomo. Egli infatti conosceva quello che c’è nell’uomo.