Riflessione di venerdì 12 gennaio 2018

Riflessione di venerdì 12 gennaio 2018

II Domenica del Tempo Ordinario

Il giorno di Natale abbiamo sentito nel brano del Vangelo “In principio era il Verbo…”.
“In principio”: in una lontananza infinita, al di fuori del tempo.
Oggi lo stesso evangelista Giovanni ci informa che alle quattro di un pomeriggio Gesù ha incontrato due discepoli del Battista.
Questa indicazione dell’ora sembra un dettaglio da nulla, eppure ha un valore enorme, un significato profondo.
Vuol dire che colui che era “in principio”, al di fuori del tempo, è entrato nel tempo segnato dai nostri orologi e ci dà appuntamento all’interno delle nostre occupazioni.
Ogni momento perciò delle nostre giornate ha un valore inestimabile essendo aperto alla possibilità di un incontro con lui, il Verbo di Dio che si è fatto uomo.
Ogni momento dovrebbe essere contemplato con uno sguardo stupito perché ha dentro di sé qualcosa di prodigioso.
Il credente dovrebbe avere una ragione in più per capire la straordinarietà di ogni momento, sapendo che il Verbo è entrato nel tempo, che la nostra cronaca è abitata dalla sua presenza.
Certo non è possibile avere continuamente questa consapevolezza, ma ci sono momenti che rimangono impressi nella memoria perché hanno segnato maggiormente la nostra interiorità, come è avvenuto per i due discepoli del Battista.
Quando ci è dato di vivere queste occasioni talmente dense e luminose da rimanere nitide nella nostra memoria?
Quando di Dio non abbiamo una conoscenza solo formale e dottrinale, ma una conoscenza calda, esistenziale, mistica.
Penso a quello che si dice di Samuele nella Prima lettura: viveva nel tempio, ma fino allora non aveva ancora conosciuto il Signore.
E’ dunque vero: si può vivere nel tempio, trattare le cose di Dio, essere praticanti, perfino devoti e non conoscere ancora Dio.
La vera conoscenza si ha quando da Dio ti senti chiamare per nome perché ha qualcosa da dire proprio a te: si svolge allora un colloquio e tu capisci che non c’è nulla di più prezioso di questo rapporto intessuto di tutta la fiducia che ci può essere nella più grande amicizia.
La fede, ci fa capire oggi il Vangelo, non è un sapere su Gesù, ma un dimorare con lui per vederlo e per ascoltarlo.
“Maestro, dove abiti?”, gli chiedono.
E Gesù non dà alcun indirizzo preciso; si limita a dire: “Venite e vedrete”.
Due verbi per invitare a entrare dentro un’esperienza vitale. Si tratta di seguirlo, di condividere la sua esperienza, di lasciarsi raggiungere dal suo sguardo.
“Gesù, fissando lo sguardo su di lui”, si legge nel testo del Vangelo.
Ci sono momenti in cui si ha l’impressione che lo sguardo di Gesù sia sopra di noi.
E questo sguardo ci trasforma, ci fa rinascere, ci dona una visione nuova di tutto, un’espansione dei nostri slanci migliori, un futuro insospettato.
Poi succedono altri momenti meno luminosi o addirittura oscuri. Così è la vita. Ma intanto quei momenti rimangono impressi. Ci hanno segnato per sempre.

Lettura di domenica 14 gennaio 2018

II Domenica del Tempo Ordinario

 Vangelo : Gv 1, 35,42

Dal vangelo secondo Giovanni

In quel tempo Giovanni stava con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: «Ecco l’agnello di Dio!». E i suoi due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù. 
Gesù allora si voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: «Che cosa cercate?». Gli risposero: «Rabbì – che, tradotto, significa maestro –, dove dimori?». Disse loro: «Venite e vedrete». Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui; erano circa le quattro del pomeriggio.
Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro. Egli incontrò per primo suo fratello Simone e gli disse: «Abbiamo trovato il Messia» – che si traduce Cristo – e lo condusse da Gesù. Fissando lo sguardo su di lui, Gesù disse: «Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; sarai chiamato Cefa» – che significa Pietro.