Per il 35°di fondazione

Per il 35°di fondazione

Donato Paterlini

Caro Marco,

ricordi la primavera del 2008, giusto tre anni fa, quando tu chiedesti a mio padre se se la sarebbe sentita di  scrivere  una riflessione, un commento, un ricordo, in occasione del 35° anno di fondazione del coro?
Ricorderai anche che accettò con gioia l'impegno, con gioia ma anche con molta apprensione, e che tuttavia ad ogni tua visita la sua promessa ("ci proverò") non riusciva a concretizzarsi. E sai come poi andarono poi le cose.
Quello che forse non sai, ma che ti puoi immaginare, è che si sentì davvero mortificato per non essere riuscito a tener fede alla parola data. In realtà non promise mai nulla: era ben consapevole dei limiti imposti dalla malattia, e si cautelava dicendo appunto che "ci avrebbe provato"; ma sappiamo bene che per lui il "provarci" era assai prossimo a una solenne promessa.
Un'altra cosa che non sai, ma anche questa facilmente intuibile, è che tentò pervicacemente più e più volte di portare a termine il compito accolto sviluppando le idee che gli si affollavano alla mente.
Uno degli ultimi contributi che ho letto è quello di Andrea Bongiovanni. Andrea ha centrato perfettamente uno dei più grandi crucci di mio padre: l'impossibilità di poter raccogliere i suoi pensieri e gli stimoli della giornata nella forma che amava di più, la scrittura. La scrittura nel senso più primitivo della parola: ossia nella fisicità tattile, olfattiva ed anche uditiva della carta solcata dalla penna, anzi, dalle sue innumerevoli matite e penne di tutti i tipi e di tutti i colori che frusciavano sopra innumerevoli tipi di carta per consistenza, formato e grana.
La sua scrittura era un processo elaborato di stratificazioni di stesure e continui rimaneggiamenti per addizione o sottrazione alla ricerca della forma che meglio esprimesse il pensiero soggiacente; e mai trovava una versione definitiva che lo soddisfacesse appieno. Ciò che risultava essere la versione ufficiale era la conseguenza della scadenza del tempo entro cui doveva essere scritto. Senza di essa avrebbe potuto continuare all'infinito, come dimostrano certa prosa o certi spartiti che nel corso del tempo sono stati ripresi e rimodellati fino agli ultimi anni.
All'inizio del 2008 era stato dotato dal Servizio Ausili di un computer con un puntatore laser che gli consentì per qualche tempo di poter scrivere muovendo il capo e cliccando con il dito indice destro, che a quel tempo era l'ultima risorsa di autonomia motoria. Non era come scrivere sulla sua amatissima carta. Non c'era fisicità diretta o fluidità di movimento, ma coordinazione meccanica, e poi si stancava presto e si innervosiva per gli errori grammaticali. Aveva tenuto una specie di diario per un paio di mesi, riempiendo una pagina e mezzo di scheletriche note a corpo 18 (anche gli occhi lo tradivano) lontane anni luce da quella prosa ricca e distesa che rendeva così peculiare il suo stile.
Iniziò dunque a cimentarsi con il 35° anniversario: scriveva, cancellava, riprendeva innumerevoli volte, ma le idee erano fugaci, e spesso evaporavano prima che riuscisse a fissarle. All'inizio da solo e poi con il mio aiuto: lui dettava e io scrivevo. Ci fermavamo presto: la stanchezza anche solo per concentrarsi alla ricerca di "quella determinata" parola e la afflizione di non riuscire a proseguire come avrebbe voluto avevano il sopravvento. Ma questo significava per lui scrivere: spasmodico slancio alla forma migliore e nessuna delega ad altri.
Alla fine rimase una paginetta scarsa incompiuta, con diverse parti scollegate fra loro, che rappresentava una grande delusione per lui. Preferì lasciarla andare e dimenticarla. Mi chiese di cancellarla. Non lo feci, però l'abbandonai anche io in una memoria esterna. Mi è ritornata in mente quando cercavo materiale da darti. L'ho letta. Mi ha commosso, per tanti ovvi motivi, ma soprattutto perché attraverso essa e la delusione di cui è portatrice, mio padre cedette alla malattia una parte preziosa di sé, lui che era un lottatore, accettandola. Di lì a poco anche il dito indice destro si fermò precludendogli anche questa opportunità di scrittura.
Ci ho pensato a lungo, poi ho deciso: forse non sarebbe contento di ciò che sto facendo, ma questo è a tutti gli effetti il suo ultimo documento, la sua ultima testimonianza scritta, che a mio avviso conserva e sintetizza intatti i temi e i messaggi di tutta la sua vita artistica e spirituale.
Quindi l'affido a te, Marco, e ai Ragazzi.

Il testo è così come era. Io ho solo cercato di raccordare le parti slegate fra loro. È evidentemente monco: manca la conclusione. Ma forse è giusto così: come in certi racconti o in certi film ognuno può immaginarsela come gli è più congeniale.

Ciao. Donato.