Il Maestro

Il Maestro

Piero Righi

Tra lo sconnesso prato che con enfasi eccessiva chiamavamo campetto e la casa di Lagune, c'é una ripidissima stradina sassosa di poche decine di metri, il maestro ci sfido' tutti a chi fosse arrivato prima, ovviamente vinse Lui. E' probabilmente il primo ricordo che ho del maestro, era il primo ritiro che facevo nella mia vita, e fare un ritiro allora per un bambino di sei anni era una iniziazione al mondo dei grandi nella mitica casa sui colli di cui le mie sorelle narravano mitiche vicende, a maggior ragione dopo essere entrato nel coro dei ragazzi, istituzione che la mia sorella maggiore dipingeva con i colori del moderno olimpo. Quel maestro molto accogliente ci aveva provato la voce  in un caldo settembre pedalando sul solito spompato armonium dai tasti gialli come i denti dei fumatori suonato con le sue nove dita e mezzo. Rimasi stupefatto che quello stesso maestro ci desse la paga anche a correre su per le montagne, mi pareva un super uomo. Stiamo parlando di 35 anni fa, il maestro aveva meno di 50 anni, ma agli occhi di noi bambini pareva così vecchio. E poi non diede la paga solo a noi, ma ai grandi, Gallo compreso che era il più grande.

Di corsa, sempre di corsa il maestro. Giù per il viale a prendere il treno delle sette e venti in stazione: i suoi colleghi credo  ci regolassero l'orologio. Quando non doveva proprio correre aveva un sacco di piacere se qualcuno lo accompagnava a volte lo chiedeva proprio, per finire un discorso o chiarire una cosa o semplicemente per sapere come stavi, ma comunque se lo accompagnavi dovevi essere il bici perché il suo passo non lo reggevi a piedi. Curioso uomo venuto dalla città per insegnarci a cantare e che veniva sempre tutti i giorni ad eccezione del mercoledì e tutti i giorno dovevi andare fosse anche per venti minuti appena. Lui diceva che per cantare bene occorre farlo tutti i giorni e probabilmente é vero, ma questo da subito ha generato un rapporto quotidiano che è quello di una famiglia. Già la famiglia del maestro per noi piccoli era un mistero, la nella città che ci pareva lontana, quest'uomo che passava con noi tutti i Natali e Pasque, chissà che dispiacere i suoi bambini, ma per noi era diventata una consuetudine irrinunciabile: 'ci sono le prove' e un sacco di noi abbandonavano le cene  familiari della vigilia per la sala di canto tra mamme e nonne gelose di tanta volontà. La notte di Natale per lui  poi era sempre speciale, non era provare gli attacchi o i canti, ma celebrare quella notte con la sua seconda famiglia. Oggi sono convinto che i suoi figli avessero chiaro che avrebbero diviso il padre con un sacco di altri fratelli laggiù nel paese di San Giovanni. Io credo che il Maestro sia stato per molti di Noi un secondo padre, in taluni casi anche più presente del primo, si perché pioggia, vento e neve lui era sempre nella saletta. E scriveva, scriveva con quella sua grafia perfetta che a noi pareva magica, scriveva su quell'avanzo di lavagna crepata a metà che esiste ancora che a noi forniva tutte le indicazioni con scrittura tanto elegante che nessuno ha mai caso alla crepa. Poi vennero i concerti, i primi mitici concerti del 24 giugno davanti alla chiesa piena, ricordo come fosse ieri che dovevo cantare da solo i Pie Jesu da solista e credetemi pensavo che avrei aperto la bocca ma non sarebbe uscita una nota davanti a tutta quella gente, lui mi capì e mi disse guarda solo me e vedrai che ce la fai e così fu, mi prese per mano, una mano forte ma mai irruenta. Questa è un altra cosa che ora dopo tanti anni capisco: lo stile. Non solo nella forma, mai una parolaccia, mai un eccesso o qualcosa detto contro un cantore o che potesse umiliarlo davanti a tutti, e ne avrebbe avuto ben donde visti lo zoo che gli è capitato addosso, ricordo che il suo massimo rimbrotto al colmo dell'ira era 'zuccone', che ridere quella volta che disse 'zucchino'. Stile era anche nei rapporti con noi ragazzi, fermo nelle sue opinioni e nei suoi consigli, ma mai prevaricante o invasivo, sempre rispettoso. E questo è uno dei tanti motivi per cui era chiamato da tutti il maestro, una persona autorevole, non autoritaria e questo che dovrebbero essere tutti gli insegnanti e tutti i papà.
Mentre mi affiorano i ricordi nella mia mente parte spontanea anche lo colonna sonora: dall Ave Maria di Bauman, Salve Regina di Desenclos.......
La musica, altra chiave del cuore del maestro. Noi lo consideravamo un po malato di questa musica, pensate la nostra faccia quando ci raccontava che non guardava la tv ma ascoltava la filodiffusione (credo che ora sia radio tre). Ora già un uomo che non ha la macchina per noi bambini è un po strano, ma uno poi che non guarda la tele ci pareva anche un marziano. Ma la musica era davvero la sua passione. Devo dire che di passioni ne aveva tante dal disegno, alla lettura fino alla scrittura, quindi per dare la dimensione del suo legame con la musica devo per forza scomodare la parola malattia. La musica, in particolare quella corale era sicuramente il suo terreno di caccia senza tregua. Era chiaro che le due ore quotidiane persicetane, più i quaranta minuti di treno non esaurivano la sua passione, ma a casa continuava un enorme lavoro di preparazione e ricerca senza sosta. E il numeratore dei canti in repertorio si gonfiava e si gonfiava: dopo la polifonia classica c'è stato il periodo dei canti a otto poi dodici e poi sedici voci, poi il canto moderno e contemporaneo fino alle sperimentazioni. Mentre scrivo la colonna sonora della mia mente si sposta sul Salmo 67, alle lunghissime prove per per O Sacrum convivium di Messien che non voleva entrarci nella testa, zucca dura la nostra ma anche la sua a insistere, fino alla madre di Elvio che nel concerto di giugno piange perché suo figlio non aveva mai fatto cose così, come quella di strappare la parte di Rondes del maestro durante l'esecuzione davanti a tutti.
In questo irrefrenabile lavoro di ricerca ci vedo, perdonate il paragone, la mania dello shopping di quelle ricche di New York o Londra che passano tutto il tempo che possono nei negozi di moda e comprano, comprano tutto quello che possono e non vedono l'ora di vedere come gli sta addosso. Così era per lui, i vestiti erano le musiche e non vedeva l'ora che noi le indossassimo ovvero le cantassimo, poi appena finito una sotto un'altra. Pensate, l'amava così tanto da difenderla anche da noi suoi stessi cantori quando un po brilli nei banchetti dopo i concerti spontaneamente intonavamo qualcosa lui interveniva affinché non si facesse scempio della sua amata musica e ci dirigeva e nei casi più alcolicamente compromessi giustamente ci tacitava.
Qualcuno mi ha detto che il maestro ci ha insegnato ad avere una passione, io aggiungo che ci ha anche insegnato cosa si fa per questa passione, ogni giorno, ogni minuto, ogni cosa.... Per questo credo che lui fosse veramente stregato dalla musica come se in realtà non fosse lui a fare tanto per la musica, ma lui a riceverne il respiro.
Poi vengono le Rassegne, la prima Loreto, una specie di mito per noi bambini, qualche hanno dopo mi hanno spiegato che per lui che tanto l'aveva desiderata ci fu anche un retrogusto amaro, dovette combattere con i fantasmi del passato, come se per lui, sobrio asceta urbano, il destino accondiscendesse al suo  pensiero che non era bene  godere di gioie eccessive e troppo facili: ebri di gioia mai. Poi Arezzo e la mitica vittoria di Vallecorsa e via via le altre. Credo che riletto oggi il suo rapporto con questi eventi ci fosse un'altra delle sue caratteristiche: il bisogno, di più il dovere morale che le cose fossero fatte al meglio, al massimo possibile e che il confronto con i più bravi dovesse certificare che ciò stava accadendo. Si perché il maestro era tutt'altro che un uomo ambizioso e competitivo, non era certo l'allenatore di calcio che vive per il risultato, ma era una persona esigente, molto esigente e ne aveva il diritto perché c'era una persona da cui esigeva sempre più di tutti: se stesso.  Se con noi era esigente, era esigentissimo con la sua persona e questo lo rendeva ai nostri occhi una persona assolutamente credibile, come il generale che è il primo ad uscire dalla trincea per lanciare l'attacco, non lo ordina guardando dal binocolo. Questo mi fa venire in mente forse l'unico 'difetto' che gli ho sempre riconosciuto: la troppa modestia ed il complesso di inferiorità dell'autodidatta. Questo è sempre stato un suo difetto, avere paura di non essere all'altezza della situazione, di non avere i titoli. In un paese come San Giovanni incredibilmente pieno di titolati artisti musicisti e cattedratici dei conservatori di mezza Italia, arrivava lui senza nessun pezzo di carta. Io credo che se avesse osato di più oggi noi godremmo di tante perle del suo talento non solo quelle pochissime ma preziosissime che ci ha lasciato. E non parlo solo in campo musicale, ricordo ancora quando in una notte di Natale con quale timidezza ci lesse un suo meraviglioso racconto e noi rimanemmo tutti rapiti dalla bellezza e dall'emozione che ci aveva suscitato. In fondo però è bello che il maestro abbia sempre in se la presunzione di ignoranza che deve sempre vincere con i fatti, nella mia vita ho trovato fin troppi presunti maestri sapienti veri ignoranti alla prova dei fatti. In fondo la presunzione di ignoranza è l'altra faccia della medaglia della sete di conoscenza, il motore della ricerca. Per questo sono grato anche di questo 'difetto'.
E mentre la mia colonna sonora mentale intona la Ninna Nanna mi pervade la malinconia e nello stesso tempo la gratitudine per quello che ho avuto la fortuna di vivere in quegli anni non più recentissimi, ma sempre vivi. E le rare parole scambiate dopo il mio abbandono avevano sempre il tenore di un padre che incontra un figlio cresciuto uscito di casa, o un maestro che rivede un allievo amato.

Per questo a questa tarda ora della notte sono finalmente riuscito a capire perché l'ho sempre chiamato 'il maestro'  l'unica persona che io abbia mai chiamato maestro.

Questo è il senso di queste quattro righe.