Il Maestro e il Coro delle persone

Il Maestro e il Coro delle persone

Michele Pagnoni

E' molto difficile scrivere un ricordo del Maestro Paterlini perché si tratta di condensare periodi diversi con emozioni personali e con stati d'animo (quindi altrettanto personali, se non addirittura intimi) che ci si trovava a vivere in un determinato ambito.
Naturalmente vale assolutamente la pena di concentrarsi e realizzare nel migliore dei modi questo difficile mix per provare a trasferire a chi non ha avuto la fortuna di conoscere il Maestro qualcuno dei suoi insegnamenti.
Darò solo alcuni flash su ricordi a me cari legati al Maestro.

Il primo ricordo è relativo al mio ingresso nel coro (anno 1976) all'età di 7 anni.
A quell'età i bambini scoprono continuamente ambienti nuovi (scuola, catechismo, eventuali gruppi per attività sportive, ecc.) e il coro per me era uno di questi. Tra l'altro mi ero da poco trasferito a San Giovanni da Le Budrie e come parrocchia sarei stato sotto San Camillo.
Nell'ingresso in quel nuovo gruppo c'era qualcosa di diverso, qualcosa di speciale, diverso da tutti gli altri nuovi gruppi; mi riferisco all'accoglienza quasi trionfale che il Maestro mi riservò (mai visti e mai conosciuti prima; neppure con i miei genitori). Il Maestro riuscì a trasmettermi il suo effettivo entusiasmo, la sua gioia per un nuovo bambino che entrava nel coro.
Quella che mi riservò il Maestro per l'ingresso nel coro era un'accoglienza diversa da tutte quelle che un bambino di 7 anni vive; era un'accoglienza "vera" di gioia che mi fece sentire importante e che non si cancellerà mai dalla mia mente. Mi ricordo anche le parole che disse a mio padre dopo la mitica "prova della voce" (che mi schierò tra le fila degli Alti II… il massimo di acutezza della mia voce): "Michele diventerà una colonna portante del coro". Mi sono sempre chiesto perché abbia speso quelle parole pur non avendomi mai conosciuto e non sapendo che tipo ero; profezia o no, dopo 35 anni sono ancora lì che canto.
Nel 1976 nella sala prove di via D'Azeglio non c'erano sedie: tutte le prove si facevano in piedi. Il Maestro (che veniva da Bologna in treno appositamente per fare le prove) dirigeva stando in piedi circa dove c'è il podio oggi, ma i cantori non stavano proprio nella formazione di oggi, era più un ferro di cavallo a gruppi: il gruppo degli Alti era sistemato dove oggi c'è il tavolo e l'armonium, al loro fianco c'era il gruppo dei Bassi (dove oggi sono i contralti) e utilizzavano una panca da chiesa per starci in piedi sopra così da dare visibilità a quelli che erano in seconda fila, al loro fianco c'erano i Tenori (dove oggi sono i soprani) e anch'essi utilizzavano una panca e poi c'era il gruppo dei Soprani (nella zona della stufa).

Naturalmente eravamo tutti rigorosamente maschi (come il coro della Cappella Sistina dal quale ci ispiravamo).

Si facevano 6 prove la settimana (tutti i giorni tranne il mercoledì, inclusi 45 minuti prima della Messa della domenica) e in Collegiata si cantava nel coro ligneo dell'abside con il Maestro che dirigeva dal Battistero senza copertura.
Il solista più in voga del momento era Mario Graziani.

Altro bellissimo ricordo sono i "come và?" del Maestro.
Un po' tutti noi utilizziamo questa domandina per approcciarci agli altri, ma più per modo di dire che per reale interessamento. Per il Maestro questo non era assolutamente vero. Il suo "Michele, come và?" non era mai banale e gli stava a cuore la risposta; sia che a rispondere fosse una persona di 10 anni; di 15; di 20 o di 30. Era veramente incredibile (… incredibilmente bello) come un adulto (il Maestro appunto) riuscisse ad essere realmente amico e confidente, fino diventare quasi complice, della persona che aveva di fronte, dialogando e dispensando suggerimenti ancora oggi per me preziosi.
Riusciva ad instaurare un rapporto umano, tra persone, non limitato al solo rapporto Maestro-cantore.

L'ultimo episodio che mi sento di raccontare è del giugno 2005.
Il Maestro aveva già evidenti problemi di salute (il Concerto di San Giovanni del 2005 sarà il suo ultimo concerto) e di lì a poco avrebbe lasciato l'incarico.
In quell'inizio di giugno ho avuto un leggero problema di salute che mi ha portato ad un ricovero di alcuni giorni all'ospedale. Avvisando il Maestro che sarei mancato per qualche giorno alle prove (si era in vista del concerto ed erano prove molto importanti), come solito mi ritrovai a parlare con un uomo preoccupato e partecipe del mio problema (che comunque non era nulla di grave), nonostante la sua fatica fisica e la più che giustificata preoccupazione per la sua situazione di salute.
Rimarrà sempre viva in me questa sua reale umanità e innata capacità di far sentire le persone come tali, senza mai banalizzarle a "una voce" utile alla riuscita polifonica.

L'insegnamento del Maestro che vorrei trasparisse da queste mie poche righe è che la bella polifonia che il Maestro riusciva ad ottenere non partiva da un lavoro sulle voci, ma piuttosto dal rapporto tra le persone.
Questo portava, ma solo come conseguenza, una bella amalgama di voci mista ad emozioni.

A me il Maestro ha insegnato proprio questo: nel coro sono importanti le persone che lo compongono… poi si penserà alle loro voci.

Grazie Maestro!

Cercherò di non dimenticarlo mai; qualsiasi sia "l'ambito corale" che mi troverò a vivere.