Caro Efrem

Caro Efrem

Andrea Bongiovanni

 

Caro Efrem,

Ci ho messo parecchio ma, dopo molti ripensamenti e ripetuti tentativi, interrotti ancor prima di scrivere una sola riga, mi sono finalmente risolto a prendere in mano la penna e provare a mettere nero su bianco quello che avrei voluto dirti da tanto tempo.
Immagino che in questi mesi ti sarai chiesto:chissà perché Andrea non si decide a farlo, in fondo per anni ha scritto le cronache del coro prima a penna e poi su quella scassata macchina da scrivere, e qui gli argomenti di cui parlare non mancano,per quasi trent'anni ci siamo praticamente visti tutti i giorni e abbiamo condiviso tante emozioni... e poi tanti hanno già scritto qualcosa ma nessuno dei vecchi che c'erano ancor prima che io arrivassi, e questo mi dispiace un pochino, anche se mi guarderò bene dal dirglielo!
Potrei giustificarmi dicendo che - appunto - tra le tante cose che volevo dirti non sapevo scegliere  cosa si potesse condensare in un paio di paginette, ma la verità è che non sapevo decidermi se usare un'inedito "tu" (che mai mi era passato per la mente di usare quando eri tra noi) ed il "lei" che era la nostra consuetudine nemmeno mai messa in discussione perché il "tu" non avrebbe aggiunto nulla al legame profondo che ci univa.
Alla fine a malincuore ho optato per la prima soluzione, perché messa su un foglio la seconda risultava davvero artificiosa, e qui invece ho tentato di rispecchiare i moti più sinceri del mio cuore.

Dei grandi meriti artistici che hai accumulato in questi anni hanno già scritto altri, e qui non potrei aggiungere nulla di significativo a quanto è già stato detto: è all'Uomo Leonida che voglio, sento il dovere di provare a dirti un grande GRAZIE per quello che ha fatto per noi - e soprattutto per me - nei sei e passa lustri trascorsi da quanto ci incontrammo per la prima volta in quel pomeriggio di novembre del 1975.
Ahimè questo grazie è velato di tristezza, colpevole come sono di non essere riuscito a dirtelo in una delle occasioni in cui ci siamo incontrati negli ultimi anni:  quando - minato dalla malattia nel fisico ma indomito nello spirito e sorretto da una fede che ogni volta mi stupiva tanto illuminava e rasserenava quei nostri incontri che avevano tutti i presupposti per essere invece alquanto mesti - mi accoglievi nella tua casa e sembravi non averne mai abbastanza di rievocare il passato e parlare del futuro della tua creatura, questo Coro che sentivi di aver lasciato in buone mani e dal quale non avevi nessuna intenzione di staccarti nonostante la lontananza cui eri costretto da quella crudele malattia: che per un triste contrappasso ti aveva tolto tra le prime cose quella capacità di annotare tutto quanto avveniva nella vita del Coro, con quella meravigliosa scrittura che ti avevo sempre invidiato e, ti confesso, più volte tentato di imitare.
Ci hai incontrati che eravamo ragazzi, e dall'alto della tua età che a noi sembrava prossima alla vecchiaia ci affascinasti da subito, anche se ci eri sembrato un poco fissato con quella tua strana idea che il Coro venisse prima di tutto il resto. Il rito del weekend da santificare sulle strade non era ancora diventato di moda, ma tu andavi oltre: non riuscivi proprio a capacitarti del perché dopo gli impegni della Settimana Santa a noi sembrasse normale goderci almeno qualche giorno di vacanza da quelle prove quotidiane...
La Sala di Musica era per me un punto di riferimento vitale, agitato com'ero dalle inquietudini dell'adolescenza e dal peso di una situazione familiare non tra le più facili: sapevo che in quel vecchio edificio potevo trovare un rifugio sicuro ed un Maestro su cui si poteva sempre fare affidamento, una guida sicura che ti aiutava a non smarrire la retta via.
Mi è capitato spesso, specialmente nei primi anni, di raccogliere le tue confidenze ed i tuoi sfoghi per le cose che non andavano come tu avresti voluto, e molte di queste le riportavo nelle Cronache che mi sollecitavi sempre a scrivere, e rileggendo le quali ancora oggi colgo i segni di quanta amarezza ti provocassero tutte le situazioni in cui la tua dedizione totale al Coro non trovava corrispondenza nelle azioni di chi ti stava vicino.
Tante volte mi sono chiesto se questo non fosse un atteggiamento un tantino eccessivo, se non fosse che pretendevi troppo da quei poveri giovani che ti circondavano e che - in fondo legittimamente - mettevano il Coro sullo stesso piano di altre attività magari meno impegnative ma nell'immediato più gratificanti, come quello sport che davvero non riuscivi a capire. Poi crescendo ho capito che quando si persegue con tale dedizione un obbiettivo - come tu facevi con il Coro - è davvero impossibile comprendere come altri possano non essere divorati dallo stesso sacro fuoco, ed ogni mancanza, per quanto sia piccola, venga vissuta come un tradimento.

Forse il motivo vero di tanto accanimento stava in questo: per te il Coro era in fondo solo uno strumento per vivere e trasmettere a noi una fede cristallina ed una formazione profondamente Cristiana: a noi cercavi di inculcarle non con tante parole o discorsi altisonanti ed allo stesso poco efficaci nel fare breccia nell'animo di un giovane, ma con l'esempio di una quotidiana dedizione allo studio, al duro lavoro ed al servizio della Liturgia, un argomento su cui non hai mai accettato compromessi e hai probabilmente patito le incomprensioni più grandi, a partire forse da quelli che ti stavano più vicini.
E nonostante le critiche, magari anche legittime ma che tu vivevi come veri e propri tradimenti, ti ferissero profondamente, non ho mai sentito una parola di sincero rancore nei confronti di nessuno, prevaleva piuttosto l'amarezza per quello che sentivi come una sconfitta personale.

Tra i tanti tratti del tuo carattere e del tuo modo di vivere il Coro che ho avuto modo di osservare in tutti questi anni, mi ha sempre colpito l'accanimento nel rincorrere le tante pecorelle smarrite che avevano avuto la ventura di far parte per qualche tempo del tuo gregge e che per qualche ragione se ne stavano allontanando. Il paragone evangelico del Buon Pastore ti si adattava però fino ad un certo punto, perché tu eri solito far l'impossibile per riportale all'ovile la pecorella smarrita (magari con la collaborazione sollecita di Suor Benvenuta) ma allo stesso tempo riuscivi a trovare il tempo per le restanti novantanove che non si sentivano affatto trascurate, anzi avrebbero magari gradito un temporaneo allentamento della tua vigile attenzione. Lo facevi sempre con una insistenza discreta, senza demordere mai.....

Prendendo a prestito una immagine biblica, tu hai curato il tuo Coro come il Signore fece della sua vigna, hai fatto tutto quanto fosse umanamente possibile affinché desse frutti in abbondanza, e nel tuo caso i frutti sono venuti e sono stati abbondanti e duraturi. In questa vigna abbiamo trascorso insieme tanti anni pieni di esperienze esaltanti: come non ricordare tra le tante le due rassegne di Loreto, Arezzo, Vallecorsa, Londra e tanti altri. I momenti difficili davvero non sono mancati, mi torna alla mente in primo luogo Arezzo che segnò davvero un punto critico, o l'ingresso delle ragazze che ti attirò tante critiche: mai però permettesti che le difficoltà avessero la meglio o incrinassero davvero l'affetto che nutrivi per i tuoi cantori.

Grazie a questa tua dedizione, sei riuscito a plasmare una istituzione che, nonostante tutto, è sopravvissuta per decenni, e vive oggi un momento di rinnovato entusiasmo, godendo dei frutti spirituali e materiali che ci hai lasciato in eredità, primo fra tutti quello stupendo repertorio che rende il nostro Coro unico ed inimitabile ovunque abbia la sorte di esibirsi.

Gli ultimi tuoi regali sono stati - e non poteva essere diversamente - legati al canto.
Hai concluso il tuo cammino terreno una domenica mattina, più o meno nel momento in cui cantavamo quel Sicut Cervus che tanto amavi e avevi diretto centinaia di volte, che canta l'anelito dell'anima verso Dio, quell'aspirazione che ha costituito il caposaldo di tutta la tua vita. Poiché nulla avviene per caso, mi piace pensare che hai voluto che fossero i tuoi ragazzi ad accompagnarti all'incontro con il Signore, una specie di biglietto da visita canoro che fosse la sintesi di una vita.
Non contento, hai poi voluto aggiungere l'ennesima perla per il nostro repertorio, riservandola per l'estremo commiato su questa terra. Nei giorni precedenti le tue esequie ci si chiedeva come saremmo riusciti a cantare un brano tanto impegnativo in un momento così difficile, ed invece hai avuto ragione tu come sempre: a me è sembrato che nulla fosse più naturale e scontato che salutarti con un canto ed in particolare con questo Lux Aeterna.

Riposa in pace, Leonida, veglia sul tuo Coro e su di noi come hai sempre fatto, da parte nostra ce la metteremo tutta per non deluderti e ricambiare - per quel poco che saremo capaci di fare - gli innumerevoli doni di cui ci hai gratificato in tutti questi anni.

Il Signore - ne sono certo - ti sta già ricompensando come meriti per tutto quello che hai fatto per me: io per parte mia Lo ringrazio costantemente per aver incrociato la mia e la tua strada in quel freddo giovedì.

Tuo Andrea.